Indonesia Croce Pancasila 1950
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Nel 1950 l’Indonesia post-indipendenza vede le missioni protestanti navigare tra Croce e Pancasila, tra eredità coloniale e nazionalismo emergente, usando narrazioni di resilienza per affermare la fede in un contesto profondamente frammentato.

In 1950 post-independence Indonesia sees Protestant missions navigating between the Cross and Pancasila, between colonial legacy and emerging nationalism, using narratives of resilience to affirm faith in a deeply fragmented context.

In 1950 ziet het post-onafhankelijke Indonesië de protestantse missies navigeren tussen Kruis en Pancasila, tussen koloniale erfenis en opkomend nationalisme, met verhalen van veerkracht om het geloof te bevestigen in een diep gefragmenteerde context.


Indonesia, 1950

Nel 1950 l’Indonesia era reduce da una lunga e complessa guerra per l’indipendenza che aveva vinto ad un costo elevatissimo; anche se il conflitto era formalmente finito e la nazione era fondamentalmente unita, ad eccezione del West Irian, la realtà era diversa.

Il Paese era frammentato e le divisioni non dipendevano solamente dalle differenze religiose, ma anche e soprattutto etniche; si tratta di due dimensioni che, del resto, in passato erano tendenzialmente legate tra di loro in maniera abbastanza netta.

Anche la maggioranza sunnita, poi, era divisa tra coloro che desideravano uno statuto islamico per la nazione, e consideravano un tradimento la costituzione secolare, e coloro che si erano allineati alla linea nazionalista di Soekarno e Hatta. In generale, nonostante le dichiarazioni e le azioni del primo presidente, il cristianesimo, e il calvinismo in particolare, erano circondati da sospetti evidenti.

Il legame della chiesa riformata con il passato coloniale, e la sua composizione ancora in gran parte non autoctona, sostenevano una narrazione che considerava il cristianesimo una realtà da guardare con sospetto.

E’ in questo quadro che si inserisce l’azione missionaria dei calvinisti, che continuano ad esercitare con una certa libertà, ma senza la protezione ufficiale delle autorità, il loro ministero evangelizzatore. Il clima che si respira immediatamente dopo l’indipendenza viene reso evidente dai periodici che continuano ad essere pubblicati, come Het Zendingsblad.

Het Zendingsblad, Copertina dell’edizione del 1 aprile 1950 (Fonte: Delpher)

La copertina del 1 aprile 1950 mostra persone che, nonostante la fatica (ed i cambiamenti epocali) continuano il loro percorso; viene dunque sottolineata una certa continuità con il periodo coloniale, seppure in un ambiente profondamente mutato.

Il primo articolo di questa edizione, poi, conferma questa impressione,

(…) Daarom is ons Zendingswerk geen wan hoopsdaad van een wegstervende Kerk.
Daarom gaan we blijmoedig verder om de blijde boodschap door te geven, dat
Christus overgeleverd is om onze zonden en opgewekt is om onze rechtvaardigmaking.

(…) Pertanto, il nostro lavoro missionario non è un atto disperato di una Chiesa morente.
Pertanto continuiamo con gioia a trasmettere il lieto messaggio, che Cristo è stato dato per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione.

Het Zendingsblad, Opgestaan van de doden, Risorto dai morti, 1 april 1950, p. 50.

L’episodio evangelico della risurrezione di Cristo, che non è apparente, permette all’autore dell’articolo di stabilire un parallelo con la situazione del 1950; l’apparente sconfitta di una chiesa (oggettivamente) indebolita dall’indipendenza diventa la metafora della sconfitta altrettanto apparente del Cristo crocefisso. Secondo questa visione, in entrambi i casi, la sconfitta non è reale, ma cela una vittoria, una speranza che alimenta l’azione missionaria, anche in un ambiente sostanzialmente più ostile rispetto a quanto avveniva in epoca coloniale.


Una Storia di Conversione – Tra Religione e Politica

Nel numero di aprile del 1950, Het Zendingsblad propone una storia di conversione che potremmo definire esemplare; la vicenda personale di Ibrahim, ‘musulmano devoto’ convertito al cristianesimo, diventa l’occasione per ‘confermare’ la speranza del lavoro missionario in un ambiente oggettivamente ostile. Per questa ragione, tale storia, assume anche il valore di un atto politico in senso ampio, non come rivendicazione del potere, ma come affermazione della presenza e futura crescita del cristianesimo.

Er is een wonder gebeurd. Ja, een echt wonder. Alle mensen in het dorp praten
er over. O, wie had zó iets óóit kunnen denken! En de wijze doekoen, de wonder
dokter, schudt verontwaardigd het hoofd: het is een schande. Een schande
voor de hele dessa! En in stilte balt hij woedend de vuist.

È successo un miracolo. Sì, un vero miracolo. Tutte le persone del villaggio ne parlano. O, chi avrebbe mai potuto pensare a una cosa del genere! E il saggio doekoen, il dottore prodigioso, scuote indignato la testa: è uno scandalo. Una vergogna per tutto il villaggio! E in silenzio stringe il pugno con rabbia.

Het Zendingsblad, Jeugd Rubriek, Het doorgestoken dijkje, Rubrica per i Giovani, Il Piccolo Argine Perforato, 1 april 1950, p. 63.

L’inizio dell’articolo, il cui titolo è altamente evocativo e rimanda ad un confine o un limite superato, assume immediatamente un tono drammatico; viene anticipato un evento, spiegato in seguito, che avrebbe causato indignazione nella comunità islamica.

Si tratta, appunto, della conversione al cristianesimo di Ibrahim, ritenuto in precedenza un musulmano devoto, una persona che in apparenza non avrebbe mai abbracciato il cristianesimo; invece, nonostante le apparenze di una sconfitta del lavoro missionario,

Maar nu dit… ! Nee, niemand begrijpt het. Hoe is het toch mogelijk, dat Ibrahim Christen is geworden. Weet hij dan niet, dat alle Christenen na hun dood veranderen in wilde zwijnen, zoals de doekoen steeds vertelt? Is hij daarvoor dan niet bang … ?
De mensen van de dessa weten echter niet, wat in het hart van Ibrahim is ge
beurd. Ze begrijpen ook niet, dat Ibrahim geen rust kon vinden voor zijn zondig hart. Hij heeft het geprobeerd door woorden hebben hem niet losgelaten.
Het leek of ze zich aan hem vastklem den. Ibrahim heeft er lang over gedacht, en eindelijk is hij naar den meneer gegaan, van wien het papier afkomstig was. Want zijn adres stond er op en hij woonde niet al te ver weg. Dat ene bezoek heeft zich herhaald, vele malen.
En hij heeft gehoord van den enen Naam, die in de wereld gegeven is om slechte
mensen gelukkig te maken. Zeker, Ibrahim kende Toewan Djezus wel: de Moslems noemen hem immers één van hunzes grote profeten. Maar nooit heeft hij over Hem horen praten, zoals nu het
geval is: als den Zoon van God, Die op aarde kwam om zondige mensen zalig
te maken. En in het hart van den eenvoudigen dessa-bewoner is een grote liefde
tot den Heiland gekomen. Een liefde, zó sterk, dat ze niet langer verborgen kon
blijven. Ook al zou hij er zich veel vijand schap mee bezorgen.

Ma ora questo… ! No, nessuno lo capisce. Come è possibile che Ibrahim sia diventato cristiano? Sa allora non sa che tutti i cristiani dopo la loro morte si trasformano in cinghiali selvatici, come dice sempre il doekoen? È allora non ha paura di questo … ?
Le persone del villaggio non sanno però cosa sia successo nel cuore di Ibrahim. Non capiscono nemmeno che Ibrahim non riusciva a trovare pace per il suo cuore peccaminoso. Ha provato con le parole, ma queste non lo hanno mai lasciato andare.
Sembrava che si aggrappassero a lui. Ibrahim ha pensato a lungo, e alla fine è andato dal signore da cui proveniva il documento. Perché il suo indirizzo era scritto sopra e non abitava troppo lontano. Quella visita si è ripetuta, molte volte.
E ha sentito del Nome unico, che è stato dato nel mondo per rendere felici le persone cattive. Certo, Ibrahim conosceva Toewan Djezus (Tuhan Jesus, il Signore Gesù, ndr) sì: i musulmani lo chiamano infatti uno dei loro sei grandi profeti. Ma non ha mai sentito parlare di Lui, come ora è il caso: come il Figlio di Dio, Che è venuto sulla terra per salvare gli uomini peccatori. E nel cuore del semplice abitante della villaggio/foresta è nata una grande amore per il Salvatore. Un amore, così forte, che non poteva più rimanere nascosto. Anche se ciò gli avrebbe procurato molte inimicizie.

Het Zendingsblad, Jeugd Rubriek, Het doorgestoken dijkje, Rubrica per i Giovani, Il Piccolo Argine Perforato, 1 april 1950, pp. 63-64.

Il tono è apertamente polemico, e riflette la volontà di non arrendersi nel nuovo ambiente, come testimoniano le espressioni in cui l’islam viene presentato come una religione falsa; i classici tropoi del cristianesimo vengono presentati senza alcuna censura. Si tratta di una scelta interessante, che evidenzia la resilienza della comunità protestante anche in una nazione a guida islamica; da questo punto di vista, i toni non sembrano dissimili da quelli che si possono osservare in epoca coloniale.

Il 1950, dunque, appare come un anno di transizione, in cui l’indipendenza non era ancora pienamente metabolizzata, con le comunità protestanti che a volte assumono una postura pro-attiva e non semplicemente difensiva, come avverrà negli anni seguenti.

La storia della conversione di Ibrahim, vera o meno, rappresenta il tentativo di costruire una contro-narrazione in cui la comunità protestante mostra la sua resilienza e la sua volontà di rimanere uno dei punti di riferimento per la neonata nazione indonesiana.


Oltre la Narrazione Protestante

Nonostante il tono fiducioso e proattivo della storia di Ibrahim, che riflette la prospettiva missionaria olandese ancora radicata nel 1950, queste narrazioni rivelano anche le tensioni irrisolte e le dinamiche di transizione in atto nel cristianesimo protestante indonesiano. Nelle comunità cristiane locali, con particolare attenzione per quelle nate dalle missioni riformate olandesi, come le chiese giavanesi (Gereja Kristen Jawa, GKJ, fondata nel 1931)batak (Huria Kristen Batak Protestan, HKBP) o moluccane, si stava già affermando una forte spinta all’indigenizzazione. Era già iniziato, in effetti, il trasferimento di responsabilità ecclesiastiche, leadership e risorse dai missionari stranieri ai pastori e leader indonesiani.

Questo processo, accelerato dalla proclamazione di indipendenza nel 1945 e dal trasferimento formale di sovranità nel 1949, vide molte chiese protestanti raggiungere l’autonomia tra il 1946 e il 1949; la maggior parte di quelle non indipendenti prima della guerra completò questa transizione proprio in questo periodo, espandendo infrastrutture e ruoli locali. I pastori indonesiani premevano per una maggiore autonomia dai missionari olandesi, percepiti sempre più come eredità coloniale, in un contesto dove il nazionalismo e la Pancasila enfatizzavano l’unità nazionale oltre le divisioni etnico-religiose.

Allo stesso tempo, narrazioni di conversioni “miracolose” da un islam descritto come “superstizioso” (con figure ridicolizzate come il dukun), rischiavano di rafforzare stereotipi negativi e alimentare diffidenze in un Paese a guida musulmana. Negli anni Cinquanta del XX secolo, si verificò la ribellione del Darul Islam (attiva dal 1949 in regioni come Giava Occidentale, Aceh e Sulawesi Meridionale), che mirava a imporre uno stato islamico. Il clima di tensione che ne derivò determinò attacchi o distruzioni di chiese cristiane, mentre la Pancasila fungeva da baluardo contro estremismi sia islamisti che comunisti. Questo contesto spinse le chiese protestanti verso un approccio più dialogante e meno attivo, allo scopo di non apparire ed essere percepite come “straniere” o divisive.

In questo senso, il 1950 segna un momento ambivalente, in cui le missioni olandesi resistono con vigore narrativo attraverso periodici come Het Zendingsblad, ma il futuro della presenza protestante dipenderà sempre più dalle chiese autoctone. Negli anni successivi, con la formazione del Dewan Gereja-gereja di Indonesia (DGI, fondato nel 1950 e poi evolutosi nel Persekutuan Gereja-gereja di Indonesia, PGI, nel 1984) e l’ulteriore consolidamento dell’autonomia, i toni polemici cedettero il passo a strategie di dialogo interreligioso e integrazione nazionale, pur mantenendo la resilienza identitaria.


Letture Consigliate

  • Ruhulessin, J. C. (2021). Being an Indonesian Christian: Exploration of a theology of nationalism in the history of the proclamation of Indonesian Independence on 17 August 1945. HTS Teologiese Studies / Theological Studies, 77(4), Article a104.
  • Hoon, C. Y. (2013). Between evangelism and multiculturalism: The dynamics of Protestant Christianity in Indonesia. SOJOURN: Journal of Social Issues in Southeast Asia, 28(3), 380–404.
  • Batlajery, A. M. L. (2016). The unity of the Church according to Calvin and its meaning for the churches in Indonesia. International Journal for the Study of the Christian Church, 16(4), 259–272.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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