L’obiettivo di evangelizzare le Indie Orientali Olandesi non fu mai implicito, ma, al contrario, esso venne rivendicato dagli attori coevi; in questo senso, si osserva la diatriba, ancora polemica nel XIX secolo, tra la Chiesa Cattolica e quella Riformata. Non si trattava solamente di una competizione per il dominio delle anime, ma anche per affermare e consolidare quello coloniale; questa caratteristica peculiare diventa evidente quando si considera l’azione del Java-Comité.
Quest’ultimo era un organismo (con sede nei Paesi Bassi) creato per gestire gli sforzi missionari nella zona di Giava, e funzionava parallelamente alle altre istituzioni coloniali; nel 1861 viene pubblicato un articolo molto interessante che dimostra questa competizione.

Ne Mededeelingen van het Java Comité (Comunicazioni del Comitato di Giava) del 1860, si legge
Poiché i portoghesi si erano stabiliti su queste isole circa cento anni prima degli olandesi e si erano molto impegnati per convertire gli indigeni alla Chiesa cattolica romana, al fine di stabilire il loro dominio, il governo olandese fu stimolato dal loro esempio a incoraggiare tutte le iniziative per la promozione dell’Evangelio. Ma è ben noto che la nazione olandese in quei giorni si distingueva per la sua pietà, e molti semplici credenti erano certamente animati dall’amore per Cristo per promuovere la sua causa sulla terra. L’aiuto, così generosamente offerto dal potere civile, fu accolto con entusiasmo da tutti i lavoratori nella vigna del Signore. In realtà, fino ad oggi, pochissimi cristiani nei Paesi Bassi hanno cercato di fare qualcosa per promuovere il Vangelo indipendentemente dallo stato, e questo fatto è sufficiente per spiegarci il motivo per cui Java è stata in loro possesso per quasi trecento anni e continua a trovarsi nell’oscurità. Non si vedeva alcun ostacolo nel sottoporre la Chiesa al potere di questo mondo. Su molte delle isole vicine furono erette chiese, tutte mantenute dallo Stato. Per un certo periodo, la chiesa fiorì, e molto probabilmente molti dei figli di Dio si rallegrarono allora nella meravigliosa prospettiva di vederla espandere presto su tutte le sue proprietà. Quanto era ingannevole quella speranza.
Col passare del tempo, le forze ostili di queste isole furono scacciate, e in vari luoghi gli Olandesi avevano assicurato il loro possesso con la forza militare. Anche i politici avevano opinioni completamente diverse sulla religione rispetto ai loro predecessori.
Pertanto furono trovate sufficienti ragioni non solo per revocare la retribuzione promessa ai missionari nelle diverse chiese, ma poiché si riteneva pericoloso per lo Stato che gli indigeni fossero illuminati, furono promulgate leggi per impedire che l’evangelo fosse predicato tra di loro. Di conseguenza, le diverse comunità si estinsero lentamente, e oggi i loro discendenti sanno solo di essere cristiani, senza però poter dire cosa significhi quel nome.
Mededeelingen van het Java Comité (Comunicazioni del Comitato di Giava), 12-13, 1861, p. 245.
Si tratta di un brano molto denso, che conferma la rivalità con la Chiesa Cattolica Romana, e che propone un confronto ideale tra un passato in cui dominava la ‘pietà’ ed un presente in cui il fervore iniziale sarebbe scomparso. E’ un topos molto diffuso, in cui una supposta età dell’oro viene creata come mito fondativo e elemento di motivazione per agire nel presente; l’autore dell’articolo suppone che il cristianesimo, nella seconda metà del XIX secolo, sia diventato un fattore istituzionale, amministrativo.
Allo stesso modo, viene criticata la politica del governo, che non cercava la conversione diretta dei musulmani, ma adottava un approccio più cauto per non alimentare tensioni che potevano indebolire gli interessi olandesi.
Il governo ha adottato misure severe per prevenire che i missionari si stabiliscano nell’entroterra di Giava. Fino a circa quindici anni fa, era loro permesso vivere solo nelle tre principali città di Batavia, Samarang e Soerabaya. Nessuno straniero può nemmeno abitare in una di queste città senza aver ottenuto in anticipo il permesso del governo. A tal fine deve essere presentata una richiesta, in cui viene specificato lo scopo del soggiorno. Il richiedente deve anche impegnarsi a lasciare l’isola tre giorni dopo la notifica, nel caso in cui il governo avesse qualche motivo per nutrire sospetti su di lui, o nel caso in cui si dimostrasse che era di disturbo per la città. Due cittadini rispettabili devono farsi garanti per pagare tutte le spese con cui il governo desidererebbe gravare tali residenti. Sebbene il potere di espellere qualcuno possa essere esercitato solo in circostanze molto urgenti, tuttavia il governo, che si oppone a tutte le iniziative missionarie, possiede il potere di espellere chiunque osi fare qualcosa contro i suoi ordini in questo senso.
Mededeelingen van het Java Comité (Comunicazioni del Comitato di Giava), 12-13, 1861, p. 247.
Si evince dunque che il controllo governativo era pressante, e che le tensioni con i missionari potevano anche essere significative; del resto, il potere di espulsione poteva essere esercitato, e sebbene rimanesse un provvedimento eccezionale, esso poteva essere legittimamente esercitato. L’ordine coloniale doveva essere garantito, anche con misure eccezionali, e il livello di controllo su coloro che potevano risiedere nelle principali città sottoposte a controllo olandese era enorme; tale meccanismo poteva diventare motivo di conflitto, come testimonia questo brano del 1861.
Dai documenti coevi emerge dunque un quadro differente rispetto a quanto proposto da alcune narrazioni, che vorrebbero presentare lo sforzo evangelizzatore come iniziativa esclusiva del governo coloniale. Si trattava, al contrario, di un’impresa funzionale agli interessi coloniali, che poteva essere limitata e circoscritta quando se ne presentava la necessità; il tono polemico del Java Comité nei confronti delle autorità coloniali esprime perfettamente questa tensione, senza esaurirla.

